ho sempre desiderato
essere come quegli scrittori
quei poeti
che tutta la notte
tutte le notti
scrivono
davanti alla loro macchina da scrivere
fumando sigarette
e
bevendo birra
scrivono
tutta la notte
e fumano
e
scrivono poesie meravigliose
o racconti o romanzi
tutta la notte
io di norma la notte mi vien sonno e dormo
ecco. io scrivo ma scrivo come viene. arriva un’idea e poi ci penso su oppure no. scrivo e spesso leggo. leggo cose che alcune sono belle altre sono brutte. più brutte, però. alcune idee belle ma poi scritte male. altre idee male che se non le avessero scritte era poi lo stesso. e non sono mica contento. no.
talvolta però trovo cose che le leggo e dico io l’avrei scritta così. o magari non l’avrei scritta così perché non sono capace ed un altro, invece, l’ha fatto. ma non sono mica invidioso, sono contento. sono contento e leggo di più.
che magari un giorno imparo anche io a scrivere così come guido catalano. o anche se non imparo almeno mi sono divertito lo stesso.
(il titolo è gentilmente offerto da catalano stesso medesimo)

alfred hitchcock was such a baller. if i have to explain the irony in this picture, then that’s sad.
La mia ragazza mi ha lasciato e sto riuscendo a farmene una ragione. A volte quasi mi convinco che non sia altrove insieme a un altro uomo, ma ancora qui con me. Durante il giorno me ne faccio una ragione immaginando che sia andata dal tabaccaio a comprare un pacchetto di sigarette a buon mercato, e che tornerà da un momento all’ altro sorridendo con le belle labbra dipinte. Quando il negozio e’ chiuso, me ne faccio una ragione ripetendomi che il ritratto di lei che preferisco e’ lei in carne e ossa. Passo le sere al pianoforte, cantando serenate d’ amore al suo viso fotografato, e ogni tanto leccando i tasti neri perché’ mi ricordano la sua pelle.
Dan Rhodes faceva il commesso in una libreria e, per quanto ne so, potrebbe farlo ancora adesso. Ad un certo punto, però, ha cominciato anche a scrivere. Piccoli racconti, 101. Qualcuno dice di 101 parole ma non ho mica controllato. 101 storie di non amore. Qualcosa di più, secondo me.
Racconta le piccolezze, i sogni, il quotidiano, lo straordinario. Racconta del nostro giardino e degli altri steccati. Dan Rhodes, racconta tutto questo percorrendo l’alveo scavato sulle guancie dal riso e dalle lacrime. Lo racconta e lo fa benissimo, che i personaggi sembra di vederli.
Qualcuno, poi, li ha visti davvero.
ci si illude di tenerli distanti rinchiudendoli dentro uno schermo, o nelle pagine di un libro. si fa finta di niente e si girano lo sguardo e la pagina. si chiudono gli occhi e si pensa al mare, al vento e ad un sorriso bello.
poi non serve neanche aprire il giornale che lo scopri già in prima pagina. scopri che sono ben più vicini. qualcuno anche dentro noi stessi.
(l’immagine è di joshua hoffine. il suo sito si apre cliccandoci sopra. sarebbe bello funzionasse così anche per la nostra coscienza)
Avete attraversato cumuli di neve per poi tornare a sciogliervi sotto un altro sole. Avete intrecciato fili di parole e rimpianto fino a farne un tappeto dove sopra riposa ora un cane.
Avevamo lo stesso nome e non ci siamo mai chiamati.
Siete scivolati sulla strada bagnata di un’apparenza minore, caduti dalla scala che andava al paradiso picchiando il culo, e vorrà pur dir qualcosa.
Avevamo lo stesso nome e non ci siamo mai chiamati.
Non so essere poeta né essere felice, non comprendo le offese, non so disegnare. Guardo le cose passare ed alzo il mio retino ridendo ogni tanto. Soprattutto di me.
gli honey honey sono due, suzanne e ben. lui suona. lei anche canta homeless heart
Il 6 aprile scorso, a Barcellona, settantamila persone hanno sventolato il proprio fazzoletto bianco, speriamo pulito. Un gesto di disprezzo perché non c’è maggior umiliazione per un giocatore, un allenatore, una squadra, osservare i propri tifosi sotto quella marea bianca autoprodotta. Non servono urla, fischi o insulti a farti sentire lo sputo nell’occhio. Basta un gesto solo, innocuo e mortale. Basta la panolada, come la chiamano loro
Il 17 maggio 1824, a Vienna, altre persone hanno sventolato i propri fazzoletti bianchi. Un omaggio, un tributo, un riconoscimento, direbbe Frankie Hi-NRG. Un trionfo, l’unico modo per tributarlo ad un uomo sordo come una campana che per la prima volta rappresentava la sua nona sinfonia.
Ora fate così.
Prendete il nuovo disco degli Gnarls Barkley, ascoltatelo.
Poi, alla fine, sventolate il vostro fazzoletto bianco.
Pulito, se possibile.
Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: qualcuno è andato per età, qualcuno perchè già dottore e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po’ peggiore.
Cadon come foglie o gli ubriachi sulle strade che hanno scelto, delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto, non so se scusano il passato per giovinezza o per errore, non so se ancora desto in loro, se m’ incontrano per forza, la curiosità o il timore.
Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino, le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino, ma non ho scuse da portare, non dico più d’esser poeta, non ho utopie da realizzare: stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta.
Si alza sempre lenta come un tempo l’alba magica in collina, ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima. Ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio, il giorno è sempre un po’ più oscuro, sarà forse perchè è storia, sarà forse perchè invecchio.
Ma le strade sono piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte, son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte. Dimmi se son da lapidare se mi nascondo sempre più, ma ognuno ha la sua pietra pronta e la prima, non negare, me la tireresti tu.
Sono più famoso che in quel tempo quando tu mi conoscevi, non più amici, ho un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi e forse ridono di me, ma in fondo ho la coscienza pura, non rider tu se dico questo, ride chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura.
Ma non devi credere che questo abbia cambiato la mia vita, è una cosa piccola di ieri che domani è già finita. Son sempre qui a vivermi addosso, ho dai miei giorni quanto basta, ho dalla gloria quel che posso, cioè qualcosa che andrà presto, quasi come i soldi in tasca.
Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all’avventura, non perchè metterò la testa a posto, ma per noia o per paura. Non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto: le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto.
Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: qualcuno è andato per formarsi, chi per seguire la ragione, chi perchè stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore.
(testo di francesco guccni. illustrazione di paul flinders)
ed io, modestamente, ho sempre letto molto
(la canzone, scema anch’essa, la canta adriana calcanhotto)
Un uomo è seduto sul divano con un pc portatile sulle gambe. Scrive cose per lo più incomprensibili, mentre la televisione è accesa e trasmette una partita a caso. È vestito sportivo ma non senza eleganza, come è lui in fondo. Arriva una lettera, sconosciuta e non anonima.
L’uomo è seduto sul divano con un pc portatile sulle gambe. Legge cose per lo più incomprensibili, mentre la televisione è accesa e la partita è finita. L’uomo non è mai stato sportivo ma non senza eleganza, poco dopo, muore. Infarto, dice qualcuno senza il gusto del dettaglio, mentre il maggiordomo, innocente, viene portato via con il suo pc.
L’uomo, con un taglio nel petto, si alza dal divano senza sanguinare. Non ha più il pc ma ascolta poco e quello che dice la televisione gli appare per lo più incomprensibile. Ripensa alla lettera, sconosciuta e non anonima, scritta da una persona evidentemente sportiva ma non senza eleganza.
L’uomo apre frigo e birra nell’ordine esatto, osserva il divano rosso ma non del suo sangue importante e spegne la televisione. Non ricorda come sia finita la partita né chi l’abbia ucciso ma, sportivamente, riconosce di aver perso. Non senza eleganza, però.
Un uomo è seduto sul divano con un pc portatile sulle gambe. Scrive cose per lo più incomprensibili.
(l’immagine è di chis anthony)
come sospeso in un sogno, con gli occhi chiusi perchè trovavo la luce del sole troppo abbagliante, ho sperimentato un flusso ininterrotto di immagini fantastiche, forme meravigliose con giochi caleidoscopici di colori straordinariamente intensi
(albert hofmann, padre dell’lsd, morto oggi 5 maggio 2008. anni 102)









