Archivio per Febbraio 2007


allora proviamo. mi metto qui a tavolino e scrivo un post bello allegro. magari non bello ma allegro sì. o meglio bello anche se non allegro? vabbè, scrivo. e come viene viene. poi si vedrà.
ok, cominciamo.
allora
beh, potrei. no
dunque. non si comincia con dunque.
ricominciamo.
ehm.
vabbè. vado.
l’inutile

ladro di cuori in mostra prorogata (grande successo di critica e di pubblico), sottrattore di sguardi agli sguardi, esposizione permanente o almeno finchè ne avrò le forze, visitatore non pagante che l’invito verrà recapitato comodamente a casa vostra, anzi mia.
ammiro colori, tratto, forme. credo nell’arte che è dentro le donne. credo alle donne che vivono d’arte.
rimango nascosto all’ombra delle mie parole , non chiedo permesso, non sarebbe il caso, rubo i sorrisi e tutto quel che mi doni.
e bacio la mano, e bacio anche il resto, che amo davvero tutti i capolavori che ogni giorno ti porti.
nondesiderareladonnad’altri. facileadirsimenonondarsi

had I the heavens’ embroidered cloths,
enwrought with golden and silver light,
the blue and the dim and the dark cloths
of night and light and the half-light,
i would spread the cloths under your feet:
but i, being poor, have only my dreams;
i have spread my dreams under your feet;
tread softly because you tread upon my dreams.
(w.b. yeats)
.
(nel 1889, yeats incontra maude gonne, attrice e rivoluzionaria, che sarà il suo grande amore per i successivi venti anni. fu l’ispirazione della sua vita e dalla sua immaginazione, anche se il suo amore non è mai stato ricambiato)
.

1.
ti ho visto quel giorno, pensa la ragazza, sotto la pioggia. ti ho pensato subito forte e sai quello che intendo. i tuoi pensieri diventati subito miei. e quella frase che è nata dentro di me.
2.
- l’ho visto ancora, te l’ho detto? un lieve imbarazzo durato il tempo di qualche sguardo. e poi un bacio, di corsa. anche un altro, più vero. l’ho pensata davvero. l’ho pensata di nuovo quella cosa, sai? che cresce come quello che sento per lui
3.
altro tempo, altro giro. che si sono trovati ancora. e lei, ancora, racconta. – le mani, dio, le sue mani. come un pianista sul mio corpo, un musicista dentro di me. e mentre lui suonava, quelle parole cantavano.
4.
si sono incontrate un giorno di pioggia, alla periferia di savona. la prima parla sottovoce davanti ad un bicchiere d’acqua naturale. racconta con gli occhi persi nel vuoto. – abbiamo fatto l’amore. abbiamo fatto sesso. abbiamo parlato. che detto così sembra il riassunto di una vita felice vissuta in una sola notte. dopo, finalmente, sono riuscita a dirglielo.
- ti amo ma il mio posto non è qui.
bolero (tutto falso tranne qualche cosa)

Per fare una partita alla "Repubblica" occorre essere iscritti a una compagine politica: ce ne son decine tra cui scegliere a seconda del colore (anche se ultimamente il nero va per la maggiore). Una volta che si è in squadra – o in squadraccia – è importante aver le natiche al posto della faccia per riuscire a reggere la fase atletica, con più tensioni: la campagna acquisti, detta anche "le elezioni". Caratteristica della "Repubblica" è di esser gioco a palla multipla, ma senza limiti di numero, volume o qualità di sorta: ognuno inventa le sue palle e poi le spara a propria volta. E il pubblico pagante che finora è stato zitto decide chi tifare, esercitando un suo diritto, credendo a quelle palle che lo fanno più contento e premiandone l’autore con un posto in Parlamento.
Quando sei in cabina e giochi la schedina ricordati che sei la colonna di un sistema. Valuta un po’ prima: rametto o bandierina? Scegli attentamente il tuo prossimo problema.
II Parlamento è uno stadio tutto pazzo: 2 curve a gradinate senza un vero campo in mezzo, rinchiuse in 2 palazzi in cui s’attizzano gli scazzi tra schiamazzi e rubamazzi, istituzionalizzando gli intrallazzi. Si aprono le danze tra le squadre elette e parte il walzer delle alleanze, in cui vengono stretti tutti i gatti con i sorci, i cani con i porci, in quell’unico bestiario che dovrebbe governarci. La maggioranza vince, il resto fa l’opposizione, un manipolo di eletti forma una delegazione, va dall’arbitro sul colle per prestare giuramento forgiando nuove palle da buttare in Parlamento. ‘Ste palle – dette "leggi", per via del peso scarso – avuto un voto, un veto, un Vito ed un ricorso, galleggiano tra i banchi tutto quanto il santo giomo: da destra a sinistra a destra e poi ritorno.
Nell’ ultimo periodo il gioco è fatto statico, monotono, le palle son talmente enormi che manco rimbalzano, ma schiacciano le regole e all’ arbitro che estrae un cartellino danno pure del daltonico: bazzecole, il peggio ha da succedere. Qui stanno convincendo il pubblico a pagare senza scegliere, abbonandosi al satellite e restando tutti a casa, usando il nome di "Repubblica" per tutta un’altra cosa: uno sport che si gioca su una piazza da un balcone, dove uno urla qualcosa e tutti gli altri che ha ragione. Brutta razza ’sti tizi che in terrazza dirigon con la mazza un gioco in cui s’ammazza chi non si sollazza! Da un bel pezzo c’è st’andazzo e non prendetemi per pazzo se ipotizzo ’ste compromissioni storiche, ma qui nel nostro Stato il campionato vien giocato solamente da due squadre con le maglie identiche.
riflessione semiseria e condivisibile sull’attuale crisi di governo (sulle scorse e sulle future)


come i vecchi nelle loro città cammino lento tra le mie certezze feriali.
le guardo, le spolvero, talvolta le sposto immaginando di viverle.
i luoghi che conosco, le voci che amo. i tempi, quelli miei.
rivoluzionario metodico, dal pensiero anarchico, capace di intendere, non di prescindere.
mi allontano e non scappo, cambio e non butto.
cerco una prigione per sapere da cosa fuggo
(per questo, per mille altri motivi, non amo i fine settimana)
1-5 (6/7)

sono vento che accarezza la tua terra e ti agita dentro. le medicine che dimentichi, il tuo ricordo come fosse da sempre. dei tuoi difetti avrò cura che senza loro non saresti più preziosa. e guardo la tua irrequietezza come una figlia che torna per poi subito andar via.
gioco e perdo, che hai tu la mia fortuna. e qualche cosa porto a casa. se tutto mi rubi un poco rimane. la tua ombra luminosa e bella, il tuo respiro profumato. ogni volta un pugno vuoto, ogni volta imparo. che questo errore continuerò a fare. di perdere tutto e diventare più ricco.
tocco la medusa, mi faccio male, ne porto il segno ed il ricordo di quel giorno di sole. parli e cresco, più vero del contrario ma non l’opposto. devo tanto, non tutto. qualcosa rendo e spero sia abbastanza. nel caso ringrazio e corro a casa saltellando.
partiremo da punti diversi per poi trovarci più distanti ancora. lune dello stesso cielo a specchiarci negli occhi uguali di qualcun altro.
che ogni donna è pozzo. e la sua acqua, vita.
.

che per certe cose c’è un’ora precisa. e certa musica si posta di notte. da carbonari. per pochi. per chi vuole davvero ascoltare.
(breve annotazione biografica. da piccolo ascoltavo la musica che passava nel giradischi di mio fratello. non nutrivo per lui una grande ammirazione, nè ora. per la sua musica sì. ed il mio amore per keith emerson era infinito. in fondo a mio fratello devo qualche cosa. che certi pezzi sono preziosi. sono diamanti)
post musicale

(comunico al collettivo femminista ‘cilindro e pistone’ che trattasi di autoveicolo munito di quattro ruote acquistato mediante regolare contratto di leasing stipulato con una gentile funzionaria di banca la quale non ha avuto niente da ridire in merito)
giusto che si sappia, oggi cambio macchina

Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un viaggio da ricominciare. Bella ragazza, begli occhi e bel cuore, bello sguardo da incrociare, sarebbe bello una sera doverti riaccompagnare. Accompagnarti per certi angoli del presente, che fortunatamente diventeranno curve nella memoria. Quando domani ci accorgeremo, che non ritorna mai più niente, ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.
Perciò partiamo, partiamo, che il tempo è tutto da bere, e non guardiamo in faccia a nessuno, che nessuno ci guarderà.
Beviamo tutto, sentiamo il gusto, del fondo del bicchiere, e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?
Dietro a un miraggio, c’è sempre un miraggio da desiderare, come del resto alla fina di un viaggio, c’è sempre un letto da ricordare. Bella ragazza, ma chi l’ha detto che non si deve provare? Ma chi l’ha detto che non si deve provare a provare?
Così partiamo, partiamo che il tempo potrebbe impazzire e questa pioggia da un momento all’altro, potrebbe smettere di venire giù. E non avremmo più scuse allora per non uscire. Ma che bel sole, ma che bel giallo, ma che bel blu!
Perciò pedala, pedala che il tempo potrebbe passare e questa pioggia paradossalmente, potrebbe non finire mai. E noi con questo ombrelluccio bucato, che ci potremmo inventare? Ma partiamo, partiamo non vedi che siamo, partiti ormai?
letto, approvato, sottoscritto








