l’appuntamento era davanti al cimitero, ma come arrivarci non me lo ricordavo più. sembrava quasi che l’avessero spostato, che non fosse più al suo posto.
in fondo me l’aspettavo, però.
che è la morte sua non trovare la strada per il camposanto se il paese si chiama dovera.
era bello vedere che il verde ritorna e che si svegliano i ghiri
era bello sapere che dopo l’inverno la voglia ritorna anche a te
era bello sapere che solo d’estate come gli insetti sui fiori
era bello vedere i capelli bruciare e cambiare colore
era bello vederti nuotare andare in fondo per poi risalire
era bello star svegli la notte e tutto il giorno dormire
il mondo prima che arrivassi te
era bello cadere d’autunno sopra le foglie come le foglie
era bello sentirti cantare giù per le scale
era bello vederti ballare
era bello, era bello
il mondo prima che arrivassi te
era bello il cielo d’inverno come i tuoi denti
era bello sentire le tue mani fredde cercare qualcosa di me
era bello i tuoi piedi sopra le cosce
un po’ come fossimo in moto
ma distesi sul letto mio fresco
quasi come guidassi tu
a volte la vita fa un giro su se stessa e si inventa incontri strani come uno chef creativo che accosta tuorlo d’uovo con nero di seppia e ficoieda glacialis. è un gioco d’azzardo dal sapore strano, un salto in avanti che il passato sembra un po’ più distante. e ti immagini yoko ono a treviso per l’inaugurazione di una sua personale che incontra il prosindaco gentilini. baci e abbracci pubblici tra una vedova pacifista ed una colf impegnata nella pulizia etnica per i culattoni, mentre john lennon scava un po’ per riposare più in fondo e non vedere.
però una speranza nasce sempre, ogni volta. che yoko ono c’è riuscita tempo fa con i beatles. magari ci riesce anche con la lega.
del mio futuro mi ero già fatto il programma. di stelle polverose e morenti, di galassie in fuga come un politico su una barca che affonda, di satelliti e pianeti che girano appesi ad un divino calcinculo. di mente aperta e naso all’insù. non lo dico mica per dire o come un poeta di poca fantasia. è che avrei voluto fare l’astrofisico, capirci qualcosa di quello che mi affascina, che vedo, che un po’ conosco e che vorrei toccare. come provare ad essere amato dalle donne migliori però più facile. chissà se ce l’avrei fatta, alla fine. già, me lo chiedo spesso. e chissà se sarei stato più felice. o magari no. chissà come sarebbe stata, chi avrei conosciuto, dove sarei ora se avessi seguito l’istinto. chissà se ci saremmo mai conosciuti, io e te. se ci saremmo amati davvero. chissà se ha senso chiederselo.
ora che il futuro ha il gusto di pomodori maturi, lo riguardo da dietro le spalle come ognuno fa con il proprio. un mondo senza nasi, denti ed occhi a distinguerci dagli altri, né maschere indossate per fingersi più belli. da dietro vedi il gancio di un reggiseno, l’etichetta che sporge, la calvizie che comincia a scavare il suo parcheggio in piazza. vedi colli curati, colletti perpetui, forfora sulle spalle a fare disordine, orecchie a coppie, sempre precise. vedi quello che è. e quello che è stato.
quel futuro nato morto, come un capello corto caduto prima di imbiancarsi. e forse è peril lutto che porto in suo ricordo che non mi sono mai comprato neanche un cannocchiale.
sono un ragazzo da osteria che basta un bicchiere per fargli compagnia ed invitarti al tavolo ed alla sedia. non chiederò mai del tuo passato, quello in cui non sei mai stata ma tirerò fuori le mie carte tarocche per giocare al futuro. posso predire che la morte arriverà senza però sapere quando e calare un asso nel mezzo di una lotta, felice di perderlo se sarai tu a trovarlo.
rimani al mio fianco o di fronte, se preferisci, e ti racconterò di quando arriva la pioggia e del suono che fa sopra un tavolo freddo, di un quadro assassino che colpisce da dietro e delle mie dita lunghe come pennelli. di dove si trovano i sorrisi persi e dei documenti per poterli riavere. ti immaginerò collina, ed io sole per morire alle tue spalle. ti ascolterò cantare storie infelici di branzini poveri e orfani, e ridendo capire che è tutto inventato. mi dirai di amarti e lo farò senza permesso, ritegno e contrasto. un amore carente e notturno fatto di luce artificiale ma non so quante volt. saremo poeti un’ora soltanto e ci confonderemo nel silenzio.
ed alla fine guarderò andar via la tua schiena attraverso i miei occhi, appannati come la mia reputazione, e saluterò alzando il vino che mi hai offerto, colore del sangue che in cambio avrai preso.
tre passi indietro è la mia vita, tre passi indietro vorrei fare per scappare, per trovare una via d’uscita, per cambiare e poi pensare che non è finita. vivo così, cerchiando i giorni che che sono da buttare, perché così sono bestemmie che bisogna ricordare. ma non so cosa fare, non so proprio dove andare, dentro il cuore del giappone sono un punto di dolore, sono voce chiusa dentro una lacrima del mondo. vivo così faccio l’amore ma non riesco mai a volare.
e penso che inaridirsi è peggio che soffrire.
ho cenato con due amici. mica una brutta serata, anzi, ma il fatto è che hanno qualche anno più di me e questo non va bene.
no, non sono razzista e non odio le persone più anziane. loro, poi, sono simpatici, davvero. parlare con loro non è mai banale, ascoltarli un piacere. sono colti, ironici ed intelligenti. predisposti alla conversazione, all’ascolto ed al confronto. lettori seriali, amanti del bello (e delle belle, soprattutto), senza pregiudizi e generosi. interisti, vabbè, ma al massimo li si prende un po’ in giro che non se hanno mica a male.
però superata la cinquantina la prostata è un problema.
lo è a qualsiasi età se chi siede al tuo tavolo racconta in dettaglio i propri esami mentre mangi un caciocavallo ripieno di nduja