fine anno tempo di bilanci, anche se siamo in capricorno. che poi a fare i bilanci bisognerebbe essere capaci o per lo meno essere iscritti all’ordine.
io, al massimo, riordino i miei dischi. e i migliori dell’anno, per me, sono questi (un caso che siano sei donne)
3 (che poi è del 2007 ma io l’ho sentito quest’anno quindi per me è del 2008)
2 (video pessimo, audio inascoltabile. di meglio non ho trovato. voi vedete di trovarvi il loro disco)
1 (già postato poco tempo fa. ma qualcuno l’aveva detto che gli ultimi saranno i primi, no?)
baci sotto il vischio per chi li vuole.
e che ogni vostro riassunto possa diventare una storia.
quando l’agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: ‘vieni’. allora uscì un cavallo, rosso fuoco. a colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada. (ap 6, 3-4)
quando l’agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva ‘vieni’. e vidi: ecco, un cavallo verde. colui che lo cavalcava si chiamava morte e gli inferi lo seguivano. fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra. (ap 6, 7-8)
(la foto è di yonathan weitzman. è l’abito di una bambina africana, del darfur. il filo spinato su cui è rimasto è al confine tra egitto e israele. la foto ha vinto il primo premio del world press photo del 2008, nella sezione people in the news. ha vinto perchè ci sono i bambini senza infanzia. c’è israele e con lei la palestina. c’è la fuga e nessuna speranza. c’è la notte e l’apocalisse. ha vinto per questo. senza niente da festeggiare).
non è camminando sulla pelle del mondo che ne sentirai il sapore. ma sono denti precisi quelli che servono a fermare il tempo e zampe di gallina per imparare la libertà da convivere.
abbiamo cuori in disarmo coperti di piume per mostrarli più belli, abbiamo pensieri allo sbando ed occhi più chiari ogni giorno che passa.
ma aspettiamo sempre una mano che sappia fermarci il respiro e regalarci un profumo. che prenda la nostra e dica solo una cosa.
Uno può anche far finta di chiamarsi Englaro di cognome. O di essere un amico. Un parente lontano.
Uno può pensare che tutti debbano sapere ogni cosa, come se poi fosse una cosa possibile. Uno può anche provare a giustificare ogni cosa, può raccontarsela come vuole e poi pure smentirsi da solo, credere che se Vladimir Luxuria ha vinto è perché in Italia nessuno censurerà più Brokeback mountain in tv, che la sinistra è bella e santa ed ha solo sbagliato società di marketing.
Uno può pensare ciò che vuole, ma io credo che la vera questione morale sia quella che ognuno di noi dovrebbe affrontare dentro di sé. E non basta non rubare, fare beneficenza a natale, salutare sulle scale o se cammini in montagna.
Quello che bisognerebbe imparare è la dignità, la propria e quella degli altri. Sporcarsene le mani per mantenere pulite altre cose, non comprare più chi e neanche leggerlo di nascosto quando lo sfoglia il vicino in metrò. Bisognerebbe aver cura di ogni privato se davvero si vuole un pubblico migliore. Credere nostro quello che è di tutti e come tale averne cura. Rispettare ogni cosa degli altri, che siano oggetti o complementi, idee e sentimenti.
E lasciare in pace un padre che da anni muore ogni giorno. Tifare allo stadio, non intorno al letto di sua figlia.
Si scrive di cose, di umori e di sé. Forse senza neanche sapere la ragione, ma credendo, troppo spesso, di averla. C’è chi scrive chiaro anche se nero su bianco. Chi nasconde i pensieri tra il vapore delle lettere. Perché ognuno ha il diritto di essere storto, se vuole.
Si comincia in un modo e pian piano si cambia, ché scrivere talvolta lo si scambia col vivere. E si scrive credendo che qualcuno ascolti in silenzio o soltanto per fissare i pensieri. Come i sogni che se non te li scrivi dopo un attimo li hai dimenticati, come il mondo che vorresti dimenticare.
Ed ognuno ha proprie forme e colori. Perché le parole sono bicchieri da riempire con le cose più adatte. Da annusare e guardare. Talvolta meditare.
Ma che alla fine bevi, perché senno è uno spreco. Ché le parole, come i bicchieri, le puoi riempire di nuovo se la voglia è rimasta.
Sono riemerso dal mare calmo di un sonno senza onde, disarmando i pensieri per lasciarli asciugare. Mi sono guardato negli occhi specchiandomi in un umore rotto e luccicante come un bicchiere gettato dopo l’ultimo brindisi e non ci ho visto più perché è più facile guardare distante che contare le lacrime, più facile viaggiare in autostrada che cambiare le abitudini e le idee.
Serve fantasia per inventare un asfalto drenante, per rubare il tempo senza chiedere il riscatto come fosse a noleggio, per rubare un segreto e tenerlo per sé, per navigarti nei capelli e lì in mezzo affondare. Serve il coraggio di chi non ama volare e per amore vola, di chi cura i denti alle tigri senza fare fattura, di chi dice adesso e adesso è ora, di chi dice basta ed non è mai abbastanza.
E non serve la musica per sentire un odore ma aiuta a sgranchire le gambe e i ricordi.
Le stesse cose, ripetute ogni volta. Magari non identiche ma quasi. E poi lunghe, lunghe, lunghe. E ipnotiche che perdi il senso del tempo e quel lungo non ricordi più quando è cominciato.
Che ad ascoltare bene lo senti che sono spagnole le parole, giusto quello che serve per pensare al sole ed al caldo. E di essere via, mille chilometri distanti.
C’è qualche cosa di simile tra il Natale e la musica di Juana Molina
Perché a Natale è sempre così. Sempre uguale. Magari non identico ma quasi. Ed ogni volta la stessa voglia di essere lontani. Mille chilometri distanti.
E allora perché odio il Natale e invece ‘Un dìa’ mi piace da impazzire?