Archivio per Agosto 2009



Non sopporto i ciclisti, sudati e invadenti. Falsi ecologisti mentre danno aria allo stomaco, gettano carte e sputano sputi e veleno. Non li reggo mentre parlano in mezzo alla strada, quando occupano troppo spazio, rallentano in salita e rallentano in discesa, quando sono veloci ed imprudenti, e ti affidano la loro vita e la tua se ne va d’infarto.
Detesto i motociclisti, rumorosi e zigzaganti, gli scooter che passano a destra e la tachicardia da harley. Il rumore e non vedere in faccia, le partenze al semaforo come se il gran premio partisse da via Torino. E chi impenna, chi va contromano, chi deve passare ad ogni costo e chi si scusa dopo aver portato via uno specchietto. Senza fermarsi mai.
E gli automobilisti. Tromboni con i loro clacson, arroganti con la loro arroganza. Abbaglianti e mai splendidi, ingombranti sempre di più. Mi da fastidio il parcheggio proporzionalmente al numero ordinale di fila, chi non capisce che le file non si dissolvono suonando, le discoteche ambulanti, gli adesivi ‘bebè a bordo’, le carrozzerie sporche.
Pure i pedoni, spesso.
ho i piedi a papera e non vado sui rollerblade

ma cosa ci fa eccitare davvero, mandare il sangue in testa e in coda? sono le voci profonde più di quello che dicono o i punti nascosti che sanno trovare? è l’idea di un profumo o guardare un naso puntato verso il nostro ombelico? o due gambe generose da scalare fino in vetta ed una cerniera che vuoi vederne il fondo. un pezzo di carne, le tue porte di casa e l’invito ad entrare.
sono i sogni o è il coraggio, una mano su di noi o il suono che sa fare? e una bocca, vera, che ride e la conosci anche ad occhi chiusi. è il desiderio di essere desiderati o quello di saper desiderare? la velocità del vento, la luce del fulmine, la paura, chi manca. è l’andare o il venire? è una lingua che dice o invece che bacia?
è la lotta che brucia, il fango che sporca e si mischia all’umore. sono i tatuaggi che ognuno si è fatto sulla pelle del cuore.

ci sono incendi un po’ dovunque

La prima forte sensazione è di fisicità. Le cascate mi dicevano qualcosa come Sei carne, senza alcun margine di incertezza. Non sono mai stata così rapita. Per diverse volte cercai di alzarmi senza riuscirci. Era una sensazione imperiosa. Dentro di me qualcosa si stava saziando e rimasi paralizzata, immobile, finché l’opera non fu completata.
La solitudine mi stava erodendo, con un dolore insolito.
Alle cascate Vittoria ti rendi conto di essere in Africa perché non c’è niente da nessuna parte a impedirti di saltare dentro la cateratta, né un corrimano né un centimetro di filo spinato. Ci sono gli alberelli che si protendono sopra il dislivello e i loro rami forniscono palesemente degli appigli, ormai levigati dall’uso di chi li ha afferrati per sporgersi con tutto il corpo su quella morte bianca.
Penso che le cascate rappresentassero una morte facile da cogliere, eppure una morte particolare, rapida, ma allo stesso tempo capace di farti sentire partecipe di qualcosa di magnifico ed eterno, un meccanismo eterno. Niente a che vedere con il buttarsi sotto un lurido autobus in corsa. Non sapevo di essere tanto triste.
(Norman Rush, Accoppiamenti. La foto, invece è di Edward Steichen)

la mia africa

L’accesso al molo era momentaneamente precluso. Due signori, non molto in realtà, erano fermi davanti alla rampa d’ingresso. Braghetta corta e canotta d’ordinanza. E un vago odore di frittura mista a ricordare il menù di ieri sera.
Marito e moglie, credo, accomunati dal taglio di capelli modello pino il barbiere, da una non invidiabile forma fisica che, vagamente, richiamava l’oggetto simbolo dello sport nazionale e dallo stesso accento savoia.
Lui, il marito, la palla maschio, il coglione destro, ammirando la prima pagina della gazzetta dello sport: Hai visto che record del mondo?
Lei, evidentemente granata, se il colore della pelle racconta di noi: Ma chi, Valentino Rossi? Bravo, neh?
Ma no l’atletica. I 100 metri.
Ah. Ma chi (ma chi, però, lo diceva benissimo)? Un italiano?
Ma no (ma no, però, lo diceva benissimo), un giamaicano.
Ah. E che ci interessa, allora?
Bolt 2 in 1. Mica sempre.

bastano meno di 10 secondi per odiare la gente.

Il condominio ha una palma. È all’interno del giardino privato di uno dei condomini, un signore che balbetta in toscano e impreca senza accento, ma è di tutti.
Un esemplare molto alto, la palma, a differenza del signore. Alto e fragile per via del suo tronco troppo sottile e lungo per lo schiaffo dei venti di qui e pure per gettare la sua ombra indecente. Ondeggia spaesata mentre produce i suoi frutti che cadono precisi come lacrime nel cortile del signore, che impreca senza accento e non balbetta neanche.
È stata bellissima, abbiamo visto le foto. È stata una diva da cinema muto. Ma ora rischia di cadere a causa di sé stessa e dell’avvento del sonoro toscano che ci vive sotto e così il condominio, unanime su scale e preventivi, si è spaccato sulla palma.
Gli interventisti richiedono l’abbattimento immediato, l’eliminazione del danno futuro, l’azzeramento del rischio. Hanno pronta la task force, le bombe, il ricordo.
I romantici si appellano alla speranza, chiedono il rinvio dell’esecuzione, la clemenza del cortile. Giurano che potrà ancora recitare a lungo e tornare bella e bello il tempo. Che a perderla sono buoni tutti.
E aspettano il mio voto.
(ascolto Sara Watkins, poi decido)
franco palma & the blueabbeatters

Vivo ai tuoi margini, periferia elegante, lontana da centro. Vivo in fondo al tuo mare, presente e invisibile, nascosto agli occhi di tutti ed ai miei desideri. Vivo in una sala d’aspetto senza turno per oltrepassare la tua porta chiusa, nel dubbio costante di andarmene via, senza voglia di guarire.
Nuoto in salita senza vedere le tue rive ma sentendo la voce. Che immagino faccia, che ne invento i gesti. E tu ferma sotto il sole pallido di un porto vuoto a scaldare le vene sottili del tuo sangue nervoso, in attesa di te.
Vivo distante toccando i confini. Vivo distante e non contano i chilometri.

alla fermata di un tram fuori servizio

le immaginazioni sono forme. sono gli strumenti ai quali affidiamo il compito di decifrare e, contemporaneamente di escogitare, quello che accade. sono il nutrimento delle narrazioni.
se volessimo immaginare una fisiologia dell’immaginazione, un suo modo adatto di operare, potremmo pensare alla coagulazione del sangue.
quando le immaginazioni non coagulano in linguaggio e il linguaggio non si organizza in storie, c’è soltanto un flusso mobile e caotico, una strutturale impossibilità di forma, e dunque il venir meno di un’opportunità di comprensione.
sul tessuto della nostra esperienza si moltiplicano i punti di rottura, si procede per continue abrasioni e lacerazioni, si innesca il flusso emorragico e scompare la produzione di forme dell’immaginazione.
provare a fare immaginazioni di quanto accadrà tra venti o trent’anni, concentrarsi sulla percezione dell’italia prossima ventura diventa così un’esperienza vertiginosa.
(giorgio vasta ha raccolto in anteprima nazionale nove possibili futuri della nostra patria malconcia immaginati da altrettanti autori. l’italia di adesso è nel video dei giardini di mirò)
darsi male fa soli


la foto è di tom palumbo
qui daniele silvestri canta di una giornata al mare, della frase del titolo e di altre cose.
nelle ombre di un sogno

Come il tennis o gli scacchi. Che a giocarci ti diverti anche ma a guardarli sono proprio brutti. Eppure mentre sei lì il cervello rema come una galera piena di schiavi verso un’isola che non sai dove stia, che si muove di continuo e serve ogni senso per poterci arrivare.
Guardare chi mangia non è mai un grande spettacolo. C’era un tipo a qualche tavolo di distanza. Apriva la bocca ed infornava pezzi di cibo troppo grossi. Poi, una volta richiusa, muoveva la mandibola con velocità, come gli scoiattoli a central park nell’intervallo di pranzo., poco tempo prima di tornare al lavoro sugli alberi. Deglutiva rumorosamente, con sforzo, e verso la fine muoveva la bocca. Poco ma ritmicamente, un po’ a destra ed un po’ a sinistra, mentre, evidentemente, la lingua all’interno suppliva alla mancanza di filo interdentale.
La tipa con lui ha bevuto velocemente acqua troppo fredda, ha gonfiato le guance e ne ha fatto due gobbe come i cammelli in attesa che il sole, passando attraverso la pelle del viso, la scaldasse un poco.
Ad un altro tavolo un signore ha sezionato la sua fetta di carne in pezzi piccoli, per poi infilarne quattro alla volta sulla forchetta come robin hood i suoi nemici. Apriva la bocca chiudendo gli occhi per poi riaprirli durante la masticazione. Armonico, a suo modo, così come il movimento del pomo d’adamo, evidente al centro del collo magro.
Il suo commensale, al contrario, continuava a parlare. Verbosamente seriale non si interrompeva mai, né durante l’atto della raccolta, né, più gravemente, durante la masticazione, fatto che, inevitabilmente, consentiva a piccoli frammenti di cibo frastagliato di fuoriuscire, quasi come nell’atto di evadere da quel luogo di tortura.
Eppure mangiare e bere sono atti supremi. Sono passione, gusto, amore. Il cuore si mobilita per un nuovo trasloco, gli occhi vogliono la loro parte, il naso, come sempre, arriva ancora prima. È il sangue che scorre, la lingua che gusta ed il gusto che scende in gola.
Guardare chi mangia non mette appetito. E’ la differenza col porno e l’assenza.





