vanghè

L’arte è sogno. Un bambino che gioca un gioco da bambini e lo riconosce vero. È la fantasia di chi seriamente si prende in giro facendo nuotare i propri desideri in mezzo al cielo.

È l’uomo che non si appaga e inventa ed inventando impara. Impara la realtà, la confronta, come narciso si specchia e la trova al di là del vetro. È l’uomo che quel vetro lo rompe ed allunga la mano, che la propria realtà la inventa. Ne inventa una nuova, gratificante, strumentale e cantata. Perché l’arte è confronto, lavoro quotidiano, pane da spezzare per farne energia comune. È comunicazione, terapia personale, crescita collettiva.

L’arte è viaggio per andare al di là del naso, verso la parte scura della luna, per girarci intorno e poi tornare indietro e sapere cosa c’è. È quello che è, anche senza saperlo, è la propria vita sotto mentite spoglie. È il futuro mentre lo racconti prima. È guardare lontano per capirsi dentro.

L’arte è cura, prevenzione dal passo lungo, chirurgia omeopatica. È scientifica condivisione, moltiplicazione miracolosa. È cibo, è soffio e respiro. Abilità e riabilitazione, risveglio ed esaudimento, spinta senza fallo né rigore. È l’epica eroica che racconta i nostri draghi e come ci salveremo.

È il solo modo che abbiamo per crescere e non diventare vecchi.  

(mi è stato chiesto di contribuire alla nascita e alla crescita di una associazione che si propone, attraverso l’arte in ogni propria forma, di aiutare persone affette da disagi psicologici nel loro reinserimento nel reale. ognuno di noi non si senta escluso. attraverso la musica, il teatro, la pittura, la fotografia, vivendole come attori o anche solo osservando da vicino la bellezza che qualcuno regala, c’è la possibilità di interpretare il mondo. il nostro, perlomeno

(foto di ana franco

 

del clown, del nano e della donna cannone,

degli orsi allo zoo, di chi canta in metrò,

di qualsiasi uomo quando dà spettacolo o ama,

dell’oliva dentro ai martini, di un cardinale che parla al deserto

di un cane per strada ad agosto, del blogger maschio tra chi lo legge

c’è chi nasce presto e muore prima, come un amore in controtempo,

chi combatte finchè può un nemico che neanche lo vedi.

ed il proprio può ognuno lo ha diverso.

come nick drake, caduto in fretta durante la sua guerra.

intimo

da quest’anno ad ascot la mutanda è d’obbligo, cavalle escluse.

ok. chi controlla?

(foto di marian maric, underwear non so)

Succede più o meno a pagina 213. Lei va da lui e dice sai, è successo. Lui se l’aspettava ma fa male uguale. Solite cose. Ti amo anche un po’ ma è che l’altro è quello giusto. Rimaniamo amici, però.

Succedono anche un sacco di altre cose che Lansdale racconta benissimo, tipo una brutta storia di gente che uccide bambini, bambini che sono loro da piccoli. E anche se il cattivo lo capisci già a metà libro non ti importa e continui a leggere. Succedono cose che fanno dimenticare altre cose ma lui ci sta male fino a pagina 281. Fino a lì perché lì finisce il libro. Mica per altro sennò sarebbe stato male fino a pagina 854.

Ed ha voglia, lei, a dirgli che lei è nera e lui bianco. O lui a pensare che è normale e lei bellabella. O noi a pensare che comunque la metti loro sono diversi e perfetti. Ci stiamo male lo stesso. Lui e noi. Lei non so.

Succede in Mucho Mojo. Succede dappertutto.

(foto di Cirenaica Morena)

Con Isabella è stato tutto una questione di sguardi. Io guardavo lei e lei guardava me. Io, in realtà, ne guardavo anche altre, altre che guardavano altri e non me, così tornai ad Isabella.

Era carina e paffutella, con uno sguardo sognante e disattento ed una voce umida.

La invitai al cinema e mi disse subito di sì. Un sì convinto come quelli di sir Biss, producendo una piccola goccia che mi colpì il cuore come una freccia il suo bersaglio. Quando aggiunse ‘ma solo se scelgo io, sai?’ pensai a San Sebastiano ma non glielo dissi.

Ci ritrovammo davanti al cinema, lei sempre sognante, io mascherando tentacoli da polipo e lingua pitonata.

Appena seduti lei armeggio in borsa e fece una cosa inaspettata. Inforcò un paio di fondi di bottiglia.

- E’ la prima volta che li metto, disse e come le papere che riconoscono come mamma la prima cosa che vedono, lei si innamorò all’istante di chi le stava di fronte: lo schermo.

Quel pomeriggio io dormii scomodo ma a lei ‘il tempo delle mele’ piacque molto.

Ora è sposata con un uomo molto brutto ed ha due figli, manco a dirlo, sputati. Ma al padre.

Però da allora non l’ho mai più vista con gli occhiali e le sorprese mi affascinano meno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

pece e lava

(francesca sortino la canta, robert maxwell la fotografa. stessa roba, in fondo)

quando il senso di solitudine scivola verso una tendenza all’isolamento è segno che una parte vitale di noi è stata catturata dalla forza di attrazione del pensiero malinconico.

(manuela fraire-rossana rossanda, la perdita, bollati boringhieri)

serve del genio per far saltare i ponti, fare a meno di un niente facendo finta di nulla, regalare del riso e farlo brillare lasciando le mani bagnate nell’amido. 

serve passione per ricordarsi di perdere la memoria chiedendo educazione senza sapersene che fare, sperando di tirare quei capelli che pettini.

servono parole che spieghino più di un silenzio, da sparare su un uomo per non lasciarlo morire, per darsi un altrove più vicino ed urgente.

 

(non ho trovato l’autore della foto. me ne scuso con lui e con voi)

frasi strafatte

“I love people who make me laugh. I honestly think it’s the thing I like most, to laugh. It cures a multitude of ills. It’s probably the most important thing in a person.”

- Audrey Hepburn.

(immagine di joshua hoffine - musica degli hayseed dixie)

tanto così

Mancarsi per poco, per colpa di un pelo e del tempo perso a spaccarlo in parti uguali.

Come una staffetta in difesa dove il testimone si perde e l’accusa non regge.

Marcarsi stretto e mancarsi a distanza. Non conoscersi mai.

O ritrovarsi anni dopo e far finta di niente.

Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte penso che è quando dormo
che assomiglio loro più perfettamente -
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori avranno
tempo per me.

È una poesia di Sylvia Plath del 1961. Due anni dopo, l’11 febbraio 1963, si suicida mettendo la propria testa, bella e intelligente, in un forno. Il gas acceso ed una guancia appoggiata sopra un tovagliolo.

Non è passato un anno da quel giorno che mia madre, a Sanremo, partorisce.

(la foto è di lucio boschi)

 

 

(foto di zeynep-oztayinci)

Allora è questo il futuro, sono questi i giorni giusti di una nuova estate finita.

 

Non è solo sfiorando che puoi dire di sapere ma stando accanto senza potere vedere, senza guardare negli occhi per dover giudicare o portarsi addosso il peso grande di un cielo vuoto e di un colore diverso.

Sono statue e musei tutti quei giorni passati come stanze nascoste senza chiedersi dove sia la chiave.

Ora conosco i segreti del ferro e del cuoio, del male colpevole e dei suoi punti molli. Conosco le strade che non voglio passare, la speranza accesa e l’acqua fredda dentro cui nuota. Conosco le corde anche senza suonare, la pelle tesa e le tue percussioni.

È un tempo nuovo e veloce, una tarantola che tiene il ritmo. Il tempo del fuoco che io ho già attraversato. È il tempo del sale che asciughi le ferite, che rinasca la sete e che le labbra si accolgano.

 

La storia di Paul Fusco l’ho letta qualche giorno fa su un giornale e forse lo avete fatto anche voi. Lui era un fotografo, quello che nel 1968 salì sul treno che accompagnava Robert Kennedy da NY a Washington. Morto.

Fusco fotografò la gente che, ai bordi della ferrovia, mostrava sgomento e rispetto per un uomo che passava di fronte a loro ad un’andatura lenta, senza fretta di raggiungere il proprio ultimo letto.

Non sono fotografie di persone, quelle di Fusco. Non solo. Sono i ritratti del dolore, sono lettere d’amore, biglietti di viaggio. Senza parole ma attraverso il suo occhio a scatti, Fusco racconta le speranze piegate, la fine apparente dei sogni. Racconta le storia delle lacrime come, altrimenti, sarebbe stato difficile fare.

Fusco realizzò un capolavoro che non fu pubblicato. Ragioni editoriali, insipienza, incapacità. Il giorno dopo, e poi dopo un anno, cinque, dieci. Ci vollero trent’anni, in cui Fusco non desistette mai, perché qualcuno capisse l’incanto, percepisse il profondo. Perché qualcuno finalmente sapesse leggere la bellezza  (e non fu un caso che sia stato John John, il nipote di Robert, a mostrare la capacità espressiva delle immagini sulla rivista che dirigeva, George). Ci vollero trent’anni di inseguimento perché quel sogno troppo veloce venisse raggiunto.

Finito il giornale ci sono voluti cinque minuti, invece, per leggere uno strano libretto per bambini. Dov’è nato il pulcino, lo dice il sottotitolo, è una raccolta di aforismi per bambini amanti della libertà.

A Fusco non sono servite parole per raccontare un giorno della vita di milioni di persone. Ad Alberto Casiraghy ne sono bastate poche per raccontare trent’anni della vita di Fusco:

i sogni

importanti

non hanno

scadenza

Ci si dimentica spesso dei gesti e degli occhi. Ci si dimentica spesso di sognare, impegnati troppo a parlare, scrivere e dormire.

Ma sei parole impegnano poco la mia piccola memoria. In quel che avanza ci tengo una foto.

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  • dice

    adoro farmi un martini anche un secondo bicchiere al terzo finisco sotto il tavolo al quarto sotto il mio cavaliere (dorothy parker, santa donna) . ... . ... . per me l'unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi d'ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali che esplodono tra le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno oh! (jack kerouac) . ... . ... . un'attenta analisi delle strategie sinistrorse in campo musicale porta alla luce un'arma fin qui ignota, il menticidio, messa a punto dal kgb per indurre al suicidio mentale, e cioè al rincoglionimento senza scampo, un'intera generazione di ragazzi americani. il che spiega una volta per tutte i rolling stones. (mordecai richler) . ... . ... . se ti capiterà di battere un calcio di rigore, in una partita di calcio o nella vita non importa, ma se dovrai tirarlo tu 'sto minchia di rigore: io ti faccio una preghiera. qualsiasi dolore, qualsiasi paura, qualsiasi calcolo, mettilo da parte e tira sempre all'incrocio dei pali. è bello il golle all'incrocio dei pali. certo, è più facile sbagliare, ma chi se ne fotte, davidù, se devi fare un golle, fallo bene, eccheminchia (davide enia ) . ... . ... . why do you sing hallelujah / if it means nothing to you? (damien rice) . ... . ... . forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi vedró compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. ma sarà troppo tardi; ed io me n'andró zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. ('genio montale) . ... . ... . nell’arte la cosa più importante è la cornice. nella pittura è letteralmente così, per le altre arti solo in senso figurato, perchè senza quell’umile oggetto non è possibile capire dove finisca l’arte e dove inizi il mondo vero. (frank zappa) . ... . ... . mia cara amica, sono troppo stanco e troppo ammalato per cercar di comprendere. prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto. regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore. non posso dirti altro dopo questo. mia cara sono realmente ammalato non ho potuto sopportare l'attesa e le tue lettere. ricevo ora il telegramma. parto domattina per la casetta. là c'è il silenzio. io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perché essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa. perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla e senti la mia infinita desolazione. ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia. ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamentee porta per se solo il tuo colore. l'ultimo bacio dal tuo dino che ti adora. (dino campana) . ... . ... . una delle mie signore di un tempo mi aveva urlato una volta: tu bevi per scappare dalla realtà. naturalmente, mia cara (charles bukowski) . ... . ... . non appena aprirò la porta e mi affaccerò alle scale, saprò che sotto inizia la strada; non lo stampo ormai accettato di fronte: la strada, la viva foresta ove ogni istante può piovere addosso come una magnolia, ove i volti nasceranno man mano che li guarderò, quando andrò avanti ancora un poco, quando con i gomiti e le palpebre e le unghie andrò a fracassarmi minuziosamente contro la pasta del mattone di cristallo, e mi giocherò la vita avanzando un passo dopo l’altro per andare a comperare il giornale all’angolo (julio cortazar) . ... . ... . sono un alcolizzato, sono un tossicomane, sono un omosessuale. sono un genio (truman capote)